Il dio etrusco fu presto identificato con il greco Dioniso

Fufluns, la forza rigogliosa della natura

Il suo nome compare anche nel fegato di bronzo di Piacenza

Tra gli dei etruschi, un posto d’onore toccò senza meno a Fufluns, il cui nome va posto in relazione con la radice "puple", "germoglio", quindi con la forza rigogliosa della natura. Il suo nome appare sul famoso modellino in bronzo di fegato rinvenuto a Piacenza e si trova vicino a quello di altre divinità silvestri. Ben presto venne identificato con il greco Dioniso, di cui prese, fino dalla seconda metà del VI sec. a.C., tutti gli attributi.

Nel V sec. a.C. il suo culto è attestato a Vulci in relazione alla coltivazione della vite, attività che rivestiva grande importanza nell’economia cittadina. Nel suo profondo legame con il vino e con l’ebbrezza che ne deriva dovette sovrintendere ai banchetti tanto amati dagli etruschi e allietati da danze, canti e giochi.

Dal IV sec. a.C. si affermano in tutta l’Etruria raffigurazioni di Fufluns giovinetto, a testimonianza che erano stati recepiti i vari miti greci legati all’infanzia di Dioniso. Il dio era figlio di Zeus e di Semele, che, avendo voluto vedere il padre degli dei in tutta la sua potenza, era rimasta folgorata. Zeus, addolorato, volle salvare almeno il bambino che aveva in grembo e se lo cucì in una coscia per portare a termine la gravidanza. Una volta nato, Dioniso fu affidato prima al re Atamante e a sua moglie Ino, poi alle ninfe di un paese detto Nisa, non si sa se ubicato in Asia o in Africa.

Sempre nel IV secolo a.C. i culti dionisiaci sembrano avere la loro massima diffusione, soprattutto tra i ceti aristocratici. Come spiegava l’etruscologo Mario Cristofani, "la partecipazione alle cerimonie segrete in onore del dio, nelle quali si entrava in una specie di possessione rituale, garantiva agli iniziati una sorta di evasione dalla realtà, attraverso l’ebbrezza del vino, che poteva prefigurare un destino felice nell’aldilà. I temi dionisiaci diventano così frequentissimi nella ceramica figurata del IV sec. a.C."

Secondo la testimonianza di Tito Livio, i culti dionisiaci, proibiti nel 186 a.C. dal Senato romano per i loro eccessi e per il loro carattere eversivo nei confronti dello Stato, erano giunti nella Città Eterna proprio attraverso l’Etruria. Anche nella terra degli etruschi gli affiliati al culto del dio erano organizzati in associazioni che avrebbero potuto rappresentare un pericolo per l’ordine sociale. Le iscrizioni, però, continuano a registrare cariche sacerdotali relative a culti bacchici anche dopo il 186 a.C.

Nella stessa mitologia greca appare un certo legame - attestato dall’VIII Inno Omerico - tra Dioniso e gli Etruschi. Questi ultimi, che i Greci chiamavano Tirreni e consideravano pericolosissimi pirati, avrebbero rapito il dio quando era ancora un bimbo. Dioniso, per punirli, li avrebbe trasformati in delfini.

Numerosissime le raffigurazioni del dio, sugli specchi e sulla ceramica, nelle urne cinerarie e persino nei manici delle ciste bronzee.

Famosa la statuetta trovata nell’Ottocento nella valle del Reno, vicino a Sasso Marconi e conservata nel Museo Archeologico di Firenze, che lo raffigura nudo, solo con la spalla sinistra coperta da un corto mantello. Nella mano destra regge il kantharos, il suo "bicchiere" preferito, sempre pronto per un mistico brindisi.

Secondo alcuni studiosi, la città etrusca di Populonia, fiorente centro affacciato sul mare di fronte all’isola d’Elba, deriverebbe il suo nome da Fufluns. A conforto di tale ipotesi, le iscrizioni monetali che riportano il nome etrusco della città, Pupluna, la cui forma arcaica era Fufluna.

di Cinzia Dal Maso

© 2010 - Testo, foto, grafica e layout sono di esclusiva proprietà di www.specchioetrusco.it