Forse la fenicia Astarte era venerata anche nell’Area Sacra di Sant’Omobono

La dea che proteggeva Roma e Pyrgi

Il suo nome compare nelle lamine d’oro trovate presso Santa Severa

Un contributo determinante allo studio dei rapporti tra Roma e gli Etruschi è stato dato dagli scavi eseguiti nel Foro Boario, presso la chiesa di Sant’Omobono, dove già nel VII secolo a. C. doveva essere un’area sacra all’aperto. Qui sono venuti alla luce i resti del tempio più antico finora scoperto a Roma, edificato agli inizi del VI secolo a. C. e completamente rinnovato nella decorazione circa cinquant’anni più tardi, cui si affiancò poi un altro tempio. Il primo tempio doveva avere una pianta grosso modo quadrata, con la cella in mattoni crudi affiancata da un pronao "in antis" (chiuso da due muri), al quale si accedeva dal lato frontale, mediante una gradinata. L’edificio primitivo era decorato da terrecotte ornamentali d’ispirazione corinzia: nello spazio frontonale dovevano essere collocate delle lastre di rivestimento con due silhouettes a forma di felino, di cui sono stati rinvenuti alcuni frammenti. Assai più elaborata fu la seconda fase decorativa del tempio, con fregi di tipo ionico a rivestimento del timpano, confrontabili con altri da Veio. Sul crinale del tetto era collocato un gruppo acroteriale in terracotta di buon livello artistico, oggi esposto alla Centrale Montemartini, con due figure affiancate grandi circa due terzi del naturale, in cui la maggior parte degli studiosi identifica Eracle ed Atena, ai cui lati, al sommo del timpano, prendevano origine quattro enormi volute fittili. L’archeologo Filippo Coarelli, nel suo volume sul Foro Boario, propone una suggestiva lettura del gruppo. Per quanto riguarda la divinità femminile, sottolinea che la mancanza della parte anteriore della statua non permette un’identificazione sicura con Atena, mentre l’elmo rimanda a modelli orientali. L’Eracle è di tipo cipriota: come sottolinea lo studioso, "ciò si ricava senza dubbio dal corpetto aderente, aperto sul davanti e fissato con una particolare fibbia, e da altri dettagli". La scelta di un modello cipriota per la figura dell’Eracle, però, non può essere limitata a uno solo dei due personaggi, che fin dall’origine dovevano far parte di un modello iconografico unitario. "Con quale divinità femminile armata – si chiede Coarelli – va collegato necessariamente un Eracle cipriota? La risposta sembra obbligata: non può trattarsi che di Astarte. Quanto a Eracle, dovrebbe trattarsi di un Eracle Melqart, divinità sincretistica che nell’ambiente misto greco-fenicio di Cipro ha forse conosciuto la sua prima definizione". Sappiamo che Astarte era onorata anche a Pyrgi, dove era in qualche modo assimilata ad Uni: lo provano le tre lamine d’oro (fine VI – inizi V sec.a.C.) rinvenute nel 1964 in un’area recintata tra due templi. In una delle lamine, in fenicio, si parla infatti della dedica di un'area sacra alla dea Astarte fatta dal re di Caere, Thefarie Velianas. In un’altra, scritta in etrusco, la dea viene chiamata "Unialastrus", risultato dell'unione dei nomi di Uni e Astarte, considerate probabilmente come la stessa divinità.

Nella rappresentazione il potere monarchico e la stessa città troverebbero, quindi, sostegno in Astarte, "divinità femminile armata, protettrice della rocca e dei confini, regina degli eserciti e creatrice di sovrani".

Nell’Area Sacra di Sant’Omobono, vicino al podio del tempio, una stipe votiva ha restituito in grande quantità materiali databili alla prima metà del VI secolo a. C., tra cui numerose ceramiche d’importazione greca, vasi etrusco-corinzi, buccheri ed un leoncino d’avorio con sul retro l’iscrizione etrusca "araz silqetenas spurianas", che ricorda il nome di un aristocratico tirreno.

L’influenza etrusca, anche dopo la cacciata dei Tarquini, continuerà a farsi sentire in Roma per secoli, soprattutto in molte istituzioni politiche e nella religione; anche la forma della casa romana sembra derivare da quella tirrena e forse la parola stessa atrium è di origine etrusca, come pensava già Varrone.

di Cinzia Dal Maso

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